L'indice: cos'è, cosa c'è e come va letto

Questo semplicissimo (forse un po’ troppo pesante da caricare), nonché graficamente umile, indice (visto che database non si può definire) nasce sostanzialmente per motivi pratici. Quando rippai i miei cd di sigle originali (ci tengo a sottolinearlo! Comprate sempre e solo prodotti originali Walt Disney… ehm… originali e basta!) era troppo faticoso andare ogni volta nella rispettiva cartella per sentirle (ho pensato di organizzarle per compilation), così mi son detto: “Perché non creare una specie di indice offline con il link diretto a ogni sigla, in modo da aprire una volta per tutte solo questo?” E così ho fatto, però mentre lo realizzavo, sempre per motivi pratici, ho pensato di inserire anche qualche informazione di carattere tecnico, come il cantante, l’autore, il cartone di riferimento… poi mi è venuto in mente di mettere anche un’immagine… poi qualche nota… alla fine era uscita fuori una cosa abbastanza decente!

Così per un certo motivo un giorno mi capitò di doverlo mettere online e lì restò.

Quando dopo un certo periodo mi accorsi che era entrato persino nella ricerca di google mi venne in testa di sistemarlo un po’ (cosicché, se qualcuno avesse avuto modo di vederlo, si sarebbe trovato di fronte qualcosa di buono) e di realizzarne una copia parallela, simile all’indice offline, che potesse restare perennemente online, come un qualsiasi altro sito internet.

Cosa non andava? I link diretti alle sigle ovviamente, perché, anche se comunque questo indice poteva offrire una fonte di informazione, gli mp3 concreti non c’erano e nessuno avrebbe potuto scaricarli. Non era neanche mia intenzione (e non lo è tuttora) mettere gli mp3 online, visto che come specificato prima sono per gli originali. Un cd di sigle non costa nulla, quelle classiche si possono trovare in raccolte originali da 4 euro e 90, e anche per quelle recenti sono state pubblicate ultimamente raccolte molto economiche.

Non mi andava, però, neanche lasciarlo in quel modo, con quell’aria distaccata, un insieme di lettere e numeri e basta, per questo motivo decisi di creare per ogni sigla piccoli ascolti (di durata diversa, comunque breve, dipendente dalla durata intera della canzone… ad esempio la sigla di Pip Pop Pattle, che dura solo 25 secondi, avrà un ascolto di 10 secondi scarsi, invece l’ascolto di Curiosando nei cortili del cuore, che dura più di 5 minuti, sarà di 30 secondi abbondanti).

 

Ci tengo a mettere in evidenza che su questo indice si trovano tutte le sigle di cartoni animati, giapponesi, ma anche americani o francesi o di qualsiasi altra nazionalità essi siano, dall’alba dei tempi fino ad oggi. Sono però solamente le sigle italiane, questo non vuol dire che a me non piacciano quelle giapponesi, anzi. Sicuramente la sigla giapponese è quella originale e va presa in considerazione, perché parte integrante dell’opera e poi perché sono molto spesso bellissime. Chissà che un giorno non faccia un indice delle sigle giapponesi trasmesse in Italia, o magari quelle francesi, o quelle americane, per ora voglio porre l’accento solo su quelle italiane.

Per ogni sigla inoltre, dove necessario, c’è una nota informativa, ad esempio per specificare se il titolo della serie è diverso da quello della sigla (se non è specificato vuol dire che è lo stesso) o se è presente un’altra versione della sigla (strumentale, base, remix o altro), o ancora se la musica di quella sigla è quella originale o se è stata usata all’estero. In particolare per gli Oliver Onions e le sigle RTI (ovvero quelle in maggioranza di Cristina D’Avena) per un certo periodo infatti (riguardo quelle RTI dalla fine degli anni ’80 al 1994) queste musiche venivano “riciclate” all’estero. Non sempre però la base corrispondeva al cartone animato originario, come nel caso di Lupin, l’incorreggibile Lupin, la cui musica fu usata in Spagna e in Francia per Holly e Benji, o ancora la musica de Il gatto Doraemon la ritroviamo in Spagna e in Portogallo per Lo scoiattolo Banner (nello specifico vedi la mia tabella delle corrispondenze).

Inoltre è specificato se esiste un provino scartato. In RCA, infatti, prevalentemente nei primi anni ’80, ad Olimpio Petrossi venivano proposte più canzoni, spesso semplici demo cantate in inglese, e poi solo una veniva scelta per essere sistemata e andare in sigla.

Così per una serie ci sono più possibili "sigle", e spesso la base del provino che veniva scartato era successivamente riciclata per un’altra sigla. Ad esempio ai Cavalieri del Re venne bocciata la loro canzone proposta per Lo scoiattolo Banner, pubblicata oggi con il titolo Piccolo Banner, e così pensarono poi di riutilizzarla, con qualche cambiamento nell’arrangiamento, per la sigla che gli fu commissionata per Chappy.

Accanto a ogni sigla c’è scritto se è inedita o meno, ovvero se è stata pubblicata o se esiste solo la versione televisiva, e se è una sigla o no. Infatti non ho detto che, oltre tutte le sigle italiane di cartoni animati, ci sono anche i brani affini. Ad esempio un lato b di un 45 giri con una canzone dedicata alla serie come Flip per L’Apemaia, oppure un brano estrapolato da un album monografico dedicato a una specifica serie animata, come Vieni al mare dai per Maple Town un nido di simpatia.

Inoltre se il brano non è una sigla lo sfondo della tabella avrà un colore diverso (giallo) in modo tale che anche visivamente si riesca a distinguere subito le sigle dalle non sigle. 

Accanto all'immagine è presente poi una nota musicale e cliccando su di essa cambierà di volta in volta il lettore predefinito con la sigla che si vuole ascoltare. Se sull'immagine della nota è presente la scritta "tv" vuol dire che l'ascolto è estrapolato dalla versione televisiva del brano, in quanto la canzone non è mai stata pubblicata nella versione estesa.

E’ presente tutta la discografia di Cristina D’Avena, come le sigle dei telefilm o i brani interni ad essi. In questo caso si pone un problema, ad esempio il brano Cristina, seppure di un telefilm, è una sigla e ci sarà scritto SIGLA: SI, quindi come si fa per distinguere questi brani dalle sigle dei cartoni vere e proprie? Sempre dal colore della tabella ovviamente, le sigle dei cartoni hanno tutte lo stesso sfondo azzurrino.

 

Dicevo prima, ho preso e prenderò in considerazione tutte le sigle italiane dei cartoni animati prodotte fino ad oggi. Questo è un altro dei motivi per cui ho deciso di farlo diventare un sito internet, la questione delle sigle dei cartoni infatti è molto enigmatica, peggio della politica, con partiti di qua, partiti di là, tant’è che da sempre, o per lo meno nella maggior parte dei casi, su internet ho trovato pagine informative che includessero solo le care vecchie sigle classiche escludendo a priori quelle recenti. Questo non mi va giù, qui le sigle, che siano dell’82 o del 2005, hanno tutte la stessa importanza. Certo, è vero, c’è una predilezione per le sigle classiche (l’ho già ripetuto due volte, per sigle classiche intendo quelle che arrivano fino alla fine degli anni ’80), per svariati motivi, perché sono quelle che hanno fatto nascere il mondo delle sigle e la cultura che ne consegue, perché uniscono le vecchie generazioni a quelle nuove e così via… Ed è proprio quest'ultimo il motivo per cui mi sono appassionato a questo mondo. Io sono dell’88, quindi in questo istante -domenica 18 dicembre 2005- ho 17 anni. Il mondo delle sigle classiche, invece, per quanto si dice in giro, dovrebbe interessare solo i venticinquenni, i trentenni, gli ultratrentenni, i nostalgici che vedevano da piccoli L’uomo tigre in tv e ora ne ricordano lietamente la sigla. Come mai allora un ragazzo della mia età adora e sente tuttora (che rime ragazzi, che proprietà di linguaggio!) sigle come Il grande Mazinga, Goldrake, Gigi la trottola, Yattaman, per passare a quelle meno conosciute quali I bonbon di Lilly, Superobot 28, Alla scoperta di Babbo Natale etc.? E’ colpa (ma quale colpa, no no… diciamolo pure: è merito!) delle reti locali, specialmente quelle della la realtà romana. Io sono di Roma, qui, come in tutta Italia, le reti minori hanno continuato a mandare in onda le vecchie serie degli anni ’80, quelle col cagnolino della Doro. Potrei citare T9, TeleRoma56, ma ce n’è una in particolare che ha fatto sì che il tempo è come se non si fosse mai fermato. Sto parlando della cara TeleRomaEuropa T. R. E. (negli ultimi anni ha cambiato nome in Super3) che ci ha regalato realtà come La posta di Sonia, L’angolo delle chiacchiere, quale adulto, ragazzo, bambino romano non conosce Sonia e Birillo, o non sa intonare la canzone della buonanotte, che da più di 10 anni chiude il palinsesto per bambini della rete? Notte, è notte oramai, tardi è tardi lo sai, dorme il cane, dorme il gatto… Ecco, appunto, la conoscono tutti. Chi non ha mai mandato una letterina a Sonia o non ha pensato di farlo? Questa mitica rete dall’età della pietra (pietre qua, pietre là ma che razza di età!) non fa altro che replicare tutti (e dico tutti, non ne ha dimenticato nessuno) i cartoni animati che approdarono in Italia negli anni ‘70/’80 per quattro volte al giorno, la mattina, a pranzo, nel pomeriggio, e a cena. E non si tratta di una singola serie, sono ore e ore di programmazione dedicate alla classica animazione giapponese per bambini. Nessuna rete locale in Italia negli anni ’90 ha replicato la prima edizione del gattone blu Doraemon, Super3 l’ha fatto! E’ per questo che sostengo che qui il tempo non si sia mai fermato. La mia sorellina che canta a squarciagola Fantaman, Ugo il re del judo, Godam, una bambina così la si trovava 25 anni fa e la si trova adesso.

Questo per le reti minori, ma per Rai e Mediaset? E’ la stessa cosa, la Rai non ha fatto che replicare per anni Heidi, Charlotte, Anna dai capelli rossi, e Mediaset ha fatto lo stesso per I puffi, Lupin, Kiss me Licia, Occhi di Gatto, Memole dolce Memole, C’era una volta Pollon e così via. Crescere con i cartoni tutto il giorno, e poi di tutti i tipi, persino con l’imbarazzo della scelta, non poteva fare altro che scatenare in me una passione accesa e focosa per quelle "canzoncine" a cui questi cartoni erano legati. Forse è vero, sono un caso particolare, particolarissimo, ma allora chi me la spiega quella malma di ragazzi che l’altro giorno urlava le sigle di Nino il mio amico Ninja, Dragon Ball, Sampei, Ranma, Calendarmen, Detective Conan… Eh sì, siamo in periodo scolastico di autogestione e mi viene in mente la brillante idea di allestire un corso sui cartoni e sulle sigle, una specie di Sarabanda delle sigle insomma. Non avevo dubbi che sarebbe stato un successone e così è stato, tanta gente ammassata tutta insieme a cantare Pokemon e Papà Gambalunga. Non aveva assolutamente importanza di che anno fossero quelle sigle, erano quelle che ricordavamo, quelle della nostra infanzia, che ci hanno tenuto compagnia il pomeriggio, e questo dimostra che non ha senso creare partiti e fazioni opposte, le sigle, tutte le sigle, sono di tutti, mi indigna leggere presunte statistiche che dicono che le sigle vecchie siano quelle più belle, quelle più ricordate, quelle più amate, forse sono più conosciute, ma senza dubbio quelle frasi come  “Le sigle di ieri erano tutte un’altra cosa, quelle di oggi chi se le ricorderà mai?” non mi piacciono, non mi piacciono proprio.

Noi (e con noi dico i ragazzi un po’ più giovani) abbiamo avuto la fortuna di conoscere tutte le sigle, e forse siamo un po’ più obiettivi, perché le abbiamo vissute tutte.

 

Lo accennavo prima, da sempre leggo su internet, sento ragazzi che, invece, si fanno supremi giudici e condannano a priori due gruppi di sigle:

1    - Le sigle recenti

2    - Le sigle cantate da Cristina D’Avena

Esaminerò più tardi il secondo gruppo, ora voglio soffermarmi sul primo, anche se in realtà sono strettamente collegati.

E’ opinione comune, visto che nella maggior parte dei siti dedicati agli anime giapponesi e ai cartoni animati in genere si legge questo, che tutte le sigle recenti siano brutte e non siano degne di considerazione. “Quelle di una volta sì che erano belle, quelle degli anni ’90 invece sono tutte uguali, la qualità si è abbassata notevolmente”, questo è quello che leggo nella maggior parte dei casi, e in quelli più fortunati. Raramente ho letto argomentazioni a riguardo, spesso e volentieri non c’è neanche una considerazione, sono brutte e basta, perché? Perché è così. E’ una leggenda metropolitana, il mito delle sigle recenti. In fondo è normale, la nostra società purtroppo è intrisa di luoghi comuni e pregiudizi, come diceva Machiavelli il vulgo è semplice, ovvero la gente è ingenua, si fa facilmente condizionare da quello che legge, che si dice, e così molto spesso si dicono cose, si fanno commenti su argomenti che neanche si conoscono, su enti che non si sono mai visti. Pregiudizi di qua, pregiudizi di là, ma dove sono chissà? Ci sono ci sono... e ce n’è uno piccolissimo, di infima importanza, che riguarda proprio le sigle recenti. Ma ci sarà un motivo per cui questo pregiudizio è nato? C’è, c’è… se annotiamo l’età delle persone che dicono e hanno detto questa cosa notiamo un dato importante. Sono tutti un po' vecchiotti, quei venticinquenni, trentenni e ultratrentenni che citavo prima. Questo dice tutto, dicono che queste sigle son brutte perché non le hanno mai sentite e non le hanno vissute con il cuore di un bambino. E così a loro piace Gundam ma fa schifo Gundam Wing, invece a me piacciono tutte e due allo stesso modo (anzi, Gundam è una delle sigle che preferisco). Probabilmente, anzi sicuramente, hanno ragione, perché non potranno mai considerare allo stesso modo una canzone a cui sono legati certi ricordi e una fredda sigla che sentono invece per la prima volta a trenta anni. Basterebbe snobbarle, dato che non conoscendole non si ha un metro di giudizio, eppure non si sa perché, la mente umana fa brutti scherzi. Ci fa credere che tutto quello che sia nostro è migliore di ciò che non lo è, trovando spiegazioni assurde per cui una certa cosa dovrebbe essere migliore di un’altra.

Ma il bello è che non ce ne accorgiamo, questi siglofili delle vecchie sigle sono poi gli stessi che si battono per difendere i cartoni animati giapponesi contro una società che fino a qualche anno fa (e alcune volte ancora oggi) li condannava. Si diceva che gli anime giapponesi fossero tutti violenti, pericolosi per i bambini, nonché erotici e assolutamente da censurare. Chi diceva queste cose? Tutte quelle persone che non li conoscevano, che non li avevano mai visti e non sapevano neanche di cosa stessero parlando. Erano violenti e basta. Eppure oggi nessuno di quei bambini che guardavano Ken il guerriero è diventato un terrorista che va girando per le strade a far scoppiare le teste alle persone. Erano pregiudizi sbagliati dettati dall’ignoranza, gli stessi pregiudizi da cui sono affetti alcuni di quei ragazzi che si battevano/battono per dimostrare che in realtà i cartoni animati giapponesi formano i bambini in una maniera impressionante, aprendo loro gli occhi su molte cose.

 

E così fantastiche sigle recenti, a volte geniali come Il Mignolo col Prof o Tex avery show, vengono ancora da molti considerate come sigle brutte e basta. 

 

Lo stesso problema, l’ignoranza, affligge il secondo gruppo di sigle “brutte”, quelle cantate da Cristina D’Avena, nonché da Giorgio Vanni, insomma le sigle dei cartoni in onda sulle reti Mediaset. Io stesso per qualche tempo mi lasciai condizionare da questo luogo comune. Quando qualche anno fa mi avvicinai specificatamente allo straordinario mondo delle sigle dei cartoni animati, le prime sigle che scaricai (a quel tempo c’era il mitico progetto P.R.O.M.E.T.E.O. che ha alimentato in me la grande passione per le sigle, e sicuramente ha fatto lo stesso per molti altri) erano tutt’altro che le sigle di Cristina, si tratta di brani come Pat la ragazza del baseball, I predatori del tempo, Lo specchio magico, Carletto e i mostri, La canzone di Doraemon,  le sigle giapponesi di Maison Ikkoku, perché come dicevo prima sono le stesse sigle con cui sono cresciuto anche io. Leggevo su internet che queste erano più belle, e ci credevo, perché piacevano pure a me. Quando poi iniziai a riascoltare le sigle di Cristina, e anche di Giorgio (ricordo che a quel tempo in tv c’erano Dragon Ball, Pokemon, Rossana, e proprio queste furono le loro prime sigle che scaricai), sentivo che anche queste erano belle, quelle parole allora, piano piano che riscoprivo sigle come Papà Gambalunga, Alvin rock’n roll, Tartarughe Ninja alla riscossa, Una spada per Lady Oscar, Una porta socchiusa ai confini del sole, cominciavano a pesarmi. Non le condividevo più. Erano belle pure queste, diamine, molto belle! E da quel periodo nacque in me la passione per l’onnisiglofilia (neologismo coniato da me credo...), non mi importa di che razza siano, il mio metro di giudizio è un altro, il testo, la musica, insomma il sistema che ognuno dovrebbe adottare per giudicare una canzone.

Ma andiamo ad analizzare nel dettaglio perché mai queste sigle di Cristina D’Avena dovevano essere tutte brutte…

Naturalmente sempre a causa di un luogo comune, il monopolio, monopolio che come argomenterò non c’è mai stato, o se c’è stato, è stato minimo.

Anche per questo fenomeno è opinione comune che da un certo periodo Cristina D’Avena e Alessandra Valeri Manera (l’autrice di tutti i testi delle sigle, nonché la donna che si occupava della loro produzione, il capo della fascia ragazzi delle reti Mediaset dagli anni ’80, la persona che comprava le serie animate dal Giappone e dagli altri paesi, che ha creato mitici programmi per bambini, ma che ha anche avuto l’arduo compito di adattare questi stessi cartoni, condizionata dalla società e da organizzazioni di potere che spingevano alla censura) abbiano avuto il monopolio delle sigle dei cartoni, eliminando con ogni mezzo (ma sì, anche mezzi illeciti) tutti gli altri cantanti che c’erano in quel periodo. Non è vero.

Per dimostrare ciò ho bisogno di ricapitolare un po’ di storia siglesca. Le prime serie importanti, da Heidi ad Atlas UFO Robot, sono approdate in Italia alla fine degli anni ’70.

Le sigle di questi cartoni erano principalmente RCA, il cui direttore era Olimpio Petrossi, ed erano tutte cantate da persone diverse, da Elisabetta Viviani a Georgia Lepore e a Nico Fidenco, e venivano indipendentemente trasmesse sulla Rai, sulla allora Fininvest, e sulle reti minori. In quel periodo cominciavano anche a formarsi i primi gruppi che rimarranno nella storia delle sigle, come i Superobots, i Rocking Horse, e venivano chiamati a realizzare sigle gruppi già esistenti come Le Mele Verdi di Mitzi Amoroso e gli Oliver Onions. Nel 1981 cantano la loro prima sigla per un cartone animato Cristina D’Avena (con Bambino Pinocchio) e I Cavalieri del Re (con La spada di King Arthur). La maggior parte, tranne Cristina D’Avena e pochi altri, lavoravano per la RCA. Cristina invece cantava sigle per Five Records, e venivano trasmesse esclusivamente sulle reti Fininvest.

Questa grande varietà di artisti proseguì fino al 1986, da questo momento la RCA decise di non puntare più sulla produzione di sigle, e lo stesso fece la RAI, probabilmente perché secondo loro il boom era passato, forse a causa delle vendite, fatto sta che da quel momento molti cartoni nuovi comprati dalla Doro Merchandising (oggi Mondo), che fino ad allora avevano avuto sigle RCA, cominciarono ad andare in onda sulle reti locali con le rispettive sigle giapponesi, o con un qualche brano strumentale, e potrei fare l’esempio di Maison Ikkoku, serie di robot come General Daimos o Arbegas, e così via… Così tutti quegli artisti, come I Cavalieri del Re o I Superobots, non ebbero più occasione di comporre sigle. Di chi era la colpa? Non certo della Fininvest. Alessandra Valeri Manera infatti anche dopo il 1986, poiché le sue sigle non dipendevano da RCA ma appunto da Five Records, continuò con la produzione di esse. In Fininvest in fondo non era cambiato nulla, si continuava a fare quello che si faceva dai primi anni ’80, si mandavano in onda cartoni animati e si realizzavano delle sigle per essi. L’unico cambiamento era che mentre se prima su queste reti venivano trasmesse anche serie importate dalla Doro, da questo momento piano piano, a causa dei problemi della stessa, i cartoni animati cominciarono ad essere importati direttamente dalla Manera e ad essere doppiati e adattati in casa, negli studi di doppiaggio interni, Merak, Deneb, Studio P.V. Lo stesso accadde per le sigle.

Cosa fa pensare questo? Che, se non ci fossero state la Fininvest e la Manera, avremmo continuato a vedere per anni prevalentemente quelle serie vecchie, con qualche acquisto sporadico di serie nuove.

Questo è ciò che è avvenuto anche negli altri paesi europei, finché in Spagna, Francia e Germania ci sono state le reti di origine italiana come TeleCinco, LaCinq e TeleFunf, la trasmissione di cartoni animati è stata assidua, quando questi canali hanno abbandonato il mondo dell’animazione, per anni c’è stato il nulla, fino ad oggi dove la situazione è nettamente migliorata.

Ma invece di vedere tutto ciò come una salvezza per questo mondo, si è gridato al monopolio! La D’Avena ha fatto tutte le sigle! Ma se gli altri non c’erano e non producevano più, che colpa ne aveva lei? No no… è colpa sua.

Vediamo, se così fosse, la sua media annuale di sigle sarebbe dovuta essere aumentata, poiché avrebbe dovuto cantare anche le sigle che erano state destinate ad altri… vediamo, un po’ di conti… ma come? La media è sempre quella! Una ventina di sigle di cartoni l’anno! E allora come si spiega ciò? Si spiega dicendo che in realtà lo spazio per gli altri c’era e c’è sempre stato, che per quei cartoni che sulle reti regionali andavano con le sigle giapponesi potevano essere realizzate delle sigle cantate da Le Mele Verdi (che sono uno dei miei gruppi preferiti) o che ne so, da Nico Fidenco. Eppure no, così non è stato.

E allora io non voglio condannare il sistema di produzione di sigle Fininvest/Mediaset, senza il quale non avremmo avuto più niente, ma RCA che ha preferito seguire altre strade e la RAI che le sue sigle le ha fatte, decidendo di non chiamare più gli storici gruppi che avevano fatto nascere quel mondo, e spesso riducendole a semplici brani strumentali.

Allora perché si grida al monopolio? Perché molta gente non aveva più sentito nelle sigle le voci dei cantanti precedenti, e per non incolpare quello stesso sistema che ne aveva impedito l’effettiva continuazione, ha pensato bene di buttare la colpa addosso all’altro sistema, a cui in fondo delle altre sigle, se c’erano o non c’erano poco importava.

E così è stato, dal 1986 fino ad oggi infatti sulle reti RAI si sono susseguite centinaia di sigle nuove (che si possono trovare sullo stesso indice), realizzate però alla meno peggio e affidate a cantanti spesso ignoti, se non addirittura al cast del doppiaggio.

Ma la storia voleva che queste sigle rimanessero per lo più sconosciute, certamente quelle della D’Avena invece proseguivano nel loro successo, per tanti motivi, perché erano realizzate con criterio, con una certa cura, c’era preoccupazione per esse.

E così ignorando le altre, si è pensato che non ci fossero mai state. Inutile dire invece che sigle come Ducktales, Talespin, Gummi, Darkwing Duck, Cip e Ciop agenti speciali, e così via sono realmente esistite.

Altre invece erano affidate ai doppiatori della serie come Ranma Ranma o Papà Castoro, di altre ancora non si conosce tuttora il cantante, come quelle realizzate per Sei in arresto!, e nella maggior parte dei casi erano dunque spesso brani strumentali. Perché non sono stati chiamati i miei amati Cavalieri del Re a cantare le sigle di questi cartoni, invece di mettere una strumentale, perché a Douglas Meakin hanno fatto cantare solo una sigla negli anni ’90 (Ciao Ciao America)? Perché in parole povere fino a qualche anno fa, delle sigle ai dirigenti rai e a chi si occupava dell’importazione di serie animate (escludendo Mediaset) non importava assolutamente niente.

Fortunatamente, invece, negli ultimi tempi i capi RAI hanno aperto gli occhi e hanno capito che le sigle avevano bisogno di rispetto, e così sono nati gruppi come i Raggi Fotonici o i Manga boys, nonostante la strada da percorrere sia ancora molto lunga, visto che ci sono serie animate che continuano ad avere siglette strumentali di qualche secondo o sigle sicuramente di bassissima qualità (come ad esempio Il nido o Orsi sotto il tetto o Sbarbino il pirata).

 

Analizziamo ora invece la scelta dei cantanti effettuata dalla Manera… per i cartoni maschili c’è sempre stata varietà, Vincenzo Draghi, Manuel De Peppe, Giampi Daldello, Marco Destro, Giorgio Vanni… per quanto riguarda invece i cantanti femminili fino a poco tempo fa c’è sempre stata Cristina D’Avena. Questo forse è l’unico punto attaccabile della produzione degli ultimi 20 anni di sigle in Mediaset, ma poiché rimane una scelta può essere apprezzata o meno. Senza dubbio il motivo è che Cristina è sempre stata l’emblema delle sigle per bambini, la cosiddetta fatina, e quindi con la sua immagine ha portato nelle case della rete miliardi e miliardi di vecchie lire.

E qui si tratta di gusti, a me che piace la sua voce ha fatto piacere, ad altri potrebbe non far piacere, ma parlare di monopolio per questo motivo non ha senso.

Di sigle non del sistema di produzione Mediaset ce ne sono state parecchie, e la possibilità per produrne altre è stata grandissima, purtroppo non c’è stata la capacità, né la voglia, di farlo.

Anche per quanto riguarda i musicisti non c’è dubbio c’è sempre stata grande varietà, a cominciare dai Martelli, e poi Detto Mariano (autore di altre celebri sigle come Gundam), Piero Cassano, Carmelo Carucci, Massimiliano Pani, Vincenzo Draghi, Gianfranco Fasano, Silvio Amato, Valeriano Chiaravalle, i recentissimi Max Longhi e Giorgio Vanni e molti altri che hanno fatto una o due sigle, come ad esempio lo storico, in ambito siglesco, Vince Tempera. Per quanto riguarda i testi ritorna lo stesso problema della scelta della voce femminile, sono stati scritti tutti da Alessandra. In fondo sono le sue sigle, e nessuno ovviamente può attaccarla. E pure qui si tratta di gusti, i suoi testi sono sempre stati molto semplici, ma allo stesso tempo minuziosamente elaborati anche in ambito stilistico/retorico, nella maggior parte delle sue sigle Alessandra ha sempre voluto esprimere un messaggio che può risultare gradito o meno, ovviamente.

Certo è che il modo di scrivere non è sempre stato lo stesso. Le sigle dei primi anni infatti erano maggiormente legate al cartone animato, basti pensare al testo della Canzone dei Puffi o a quella di Pollon Pollon combinaguai o ancora Kiss me Licia e L’incantevole Creamy. Questo non vuol dire che non fossero buoni, infatti il testo della sigla di Pollon è molto articolato, prelude una conoscenza della mitologia, è molto fiabesco, e così anche per gli altri. Lo stile è lo stesso di tutte le altre sigle, prodotte dalla fine degli anni ’70 a metà degli anni ’80. E così venivano anche scritte le sigle in madrepatria, almeno nella maggior parte dei casi. Con l’evoluzione di questo metodo di correlare sigla e cartone in Giappone, anche la Manera si adatta e verso la fine degli anni ’80, inizio ’90 i testi assumono un’altra sfumatura. Non erano più strettamente dipendenti dalla storia del cartone animato, ovviamente c’era un collegamento con essa, ma si cercava di estrapolare un messaggio e di trasmettere quello. Ed ecco che nascono testi bellissimi, con messaggi seri, profondamente lirici come Prendi il mondo e vai, Piccolo Lord, Un mondo di magia, Questa allegra gioventù, Una spada per Lady Oscar, Cantiamo insieme, Fiocchi di cotone per Jeanie e così via… Questo accadeva prevalentemente per i cartoni destinati ad un target alto, le serie più infantili continuavano ad avere un testo maggiormente correlato alla serie animata e alla sua storia, nonostante anche qui, certo in un carattere inferiore, la Manera cercasse di trasmettere qualcosa, come ad esempio l’amore per la natura in I puffi sanno.

Quelli erano gli anni dei telefilm di Licia e di Cristina e dei monografici dedicati ai cartoni di maggior successo, che avevano visto la produzione di alcune delle canzoni più belle mai prodotte per l’infanzia, che avrebbero potuto benissimo essere considerate come qualsiasi altro pezzo per adulti. Ecco che infatti da Maple Town un nido di simpatia nascevano canzoni dedicate all’amicizia come Patty e Bobby (chi trova un vero amico) o alla necessità di tornare un attimo bambini nelle situazioni spiacevoli dei grandi come Quando un giorno tu crescerai, mentre da un anime dedicato al calcio come Palla al centro per Rudy nascevano brani contro la violenza degli stadi che incitavano all’unione della tifoseria come Alè – OO o alla consapevolezza che i sogni finiscono come Le scarpe al chiodo appenderai. Grazie ai telefilm invece Alessandra nei suoi testi riuscì a chiamare per nome e a parlare dei problemi adolescenziali. In Esci dal tuo guscio volle incitare i ragazzi a credere in se stessi, in Riuscirai e Provaci pure tu a credere nei sogni e insistere nei propri obiettivi, in Che segreti hai? e Dai parla un po’ con noi a sfogarsi e parlare delle proprie insicurezze, in Crescerai a non anticipare i tempi e vivere la propria fanciullezza, in Un amico e Insieme all’amicizia, in Rimani te stesso a essere se stessi e avere una propria personalità e così via.

Senza dubbio nelle canzoni dei telefilm di Cristina si raggiunge l’apice della sua carriera, grazie alla bellezza dei testi, delle musiche e alla dolcezza dell’interpretazione, questo non vuol dire che i brani che verranno dopo saranno di minor qualità, anzi, ma sicuramente a fine anni ’80 inizio ’90 si raggiunge il miglior rapporto qualità/quantità brani.

Questo modo di scrivere i testi è continuato fino ad oggi, seppure negli ultimi anni ci siano stati meno esempi, ma allo stesso tempo verso la metà degli anni ’90 i testi hanno cominciato ad assumere più poeticità e originalità. E proprio poesie infatti sembrano i testi di Chiudi gli occhi e sogna, Un fiocco per sognare un fiocco per cambiare, Una porta socchiusa ai confini del sole, Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo, Curiosando nei cortili del cuore, Spicchi di cielo tra baffi di fumo… questa liricità fu agevolata anche dal criterio di realizzare i titoli dei cartoni animati. Unicamente per questo periodo, fino alla fine degli anni ’90, diversamente da prima e da dopo dove i titoli erano e saranno freddi e diritti al sodo, si cercò di interpretare il nocciolo del cartone e di riscriverlo con una perifrasi che lasciasse molto spazio alla fantasia e all’immaginazione, come del resto accadeva in Giappone. Anche qui infatti i manga e le rispettive trasposizione animate avevano titoli come Marmalade boy (Ragazzo alla marmellata di arancia), Kodomo no omocha (Il giocattolo del bambini) o ancora Hana yori dango.

Alessandra Valeri Manera ha sicuramente tanti difetti, e ha fatto cose discutibili, ma sarebbe assurdo non riconoscere anche i suoi pregi. Purtroppo troppo spesso vengono menzionati solo i difetti del suo operato, e qualche volta le vengono attribuite anche azioni che non ha mai compiuto.

Tra i suoi pregi c’è quello di aver importato quasi un mezzo migliaio di serie animate, e di avercele fatte conoscere, l’attenzione che concentrava nel suo lavoro, la valorizzazione dei programmi per bambini, cose che oggi, con il cambio di direzione, non ci sono più.

Con i primi anni del 2000, infatti, in seguito al cambiamento di direzione della fascia ragazzi, il posto riservato alle serie animate nel palinsesto delle reti Mediaset è andato piano piano diminuendo, finché è rimasta solo Italia1 a trasmettere cartoni, sempre in minor quantità. Da questo periodo la programmazione ha iniziato a vivere di repliche delle serie classiche, e le uniche serie nuove che vengono comprate sono esclusivamente commerciali e per un pubblico di età molto bassa. Il palinsesto infatti non ha più visto serie per un target più elevato e i pochi cartoni che sono rimasti continuano e essere censurati.

Purtroppo infatti da sempre l’animazione, in quanto ritenuta erroneamente tutta per bambini, è sottoposta ad azioni di censura per eliminare parti, a quanto pare, non adatte a un pubblico infantile. E questo esiste da sempre, dalla RAI degli anni ’80, alla Manera dei ’90, e al Margaria  del 2005. Non c’entra infatti il singolo Margaria o la singola Manera, fin quando la società italiana non capirà che esiste animazione per bambini e animazione per adulti, il problema della censura non potrà essere debellato. L’unico modo per contrastarla è l’animazione home video, ma questo è un altro discorso.

Così come la sempre più scarsa importazione di cartoni animati, anche le sigle hanno cominciato ad avere i primi problemi. Dapprima in tv hanno subito tagli che hanno fatto sì che venissero dimezzate, dopo si sono ridotte a qualche secondo e ora molto spesso non vengono neanche mandate in onda. Per i cartoni americani, come gli attuali Sponge Bob o Scooby Doo, si è deciso di non produrre sigle italiane e lasciare le originali, e per una serie animata è stato deciso di lasciare un’unica sigla anche per le stagioni successive. Ed ecco che dopo tre sigle tutte diverse, per la quarta serie di Doremi, dal titolo Mille magie Doremi, viene utilizzata la sigla della seconda, così come per BeyBlade Vforce o Pokemon Advanced Challenge, che non hanno visto il cambiamento di sigla. Non oso pensare se un anime come Sailor Moon avesse avuto una sola sigla... dove per le serie successive sono state realizzate sigle belle quanto quella della prima serie, se non di più.

Un altro fattore che caratterizza le sigle moderne è la pluricità di cantanti, musicisti e parolieri, in questo senso c’è un ritorno al passato, ed è sicuramente una caratteristica positiva. In Rai infatti ci sono i Raggi Fotonici e i Manga boys con la sporadica apparizione di qualche singolo cantante come Giorgia Alissandri per Pretty Cure o Cristina Valenti per Guru Guru il girotondo della magia. In Mediaset invece sono apparsi molti nuovi parolieri, tra cui Graziella Caliandro, che ha già scritto una certa quantità di sigle, dove si firma Nuvola. Il suo modo di comporre si rifà a quello di Alessandra Valeri Manera, quasi citandola con frasi che sembrano essere prese in prestito dai suoi testi. Di musicisti se ne alternano ormai così tanti che è dispersivo citarli, per quanto riguarda i cantanti ha sicuramente fatto molto piacere che siano stati chiamati a cantare sigle i cosiddetti cantanti “normali”. Già in Rai Gianna Nannini aveva interpretato la sigla di Lupo Alberto, Alex Britti invece quella finale di Tommy e Oscar, in Mediaset invece ci sono stati Marco Masini per Shaman King, Gabry Ponte per Con noi e le Lucky Star per Witch.

Nonostante questo si sono affermate voci nuove come quella di Cristiano Macrì per Webdivers, Giacinto Livia per Jacob due due e Sonic X e Cavour per Power Stone, lasciando ovviamente inalterata la posizione di Cristina D’Avena e Giorgio Vanni.

 

 

Dopo questo lungo sproloquio volevo passare ai ringraziamenti, ringraziando tutti gli amici che nel corso di questi ultimi anni hanno contribuito ad alimentare la mia passione per le sigle, amici che proprio questa passione per le sigle mi ha fatto conoscere, e amici senza il cui aiuto su questo indice non avrei potuto mettere gli ascolti di molte sigle.

(Particolarmente voglio ringraziare i siti di Siglandia.net e Sigletv.net, AntonioGenna.net (e quindi ListaCartoni.it), più Virgo, Bem (autore per di più del jingle audio del sito), FiveBoy, FRA, Siglomane, Cosmoj9, Pollon, Mazochungo 'Jacobo', Alèx Rozier e Nightmare!)

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